Continuità e punti di discontinuità
Prerequisiti: Limiti e asintoti, Funzioni: dominio, zeri e segno
L’idea intuitiva è quella che tutti conoscono: una funzione è continua se il suo grafico si disegna senza staccare la penna dal foglio. È un’immagine giusta, ma non si può usare per dimostrare niente — e soprattutto non dice dove guardare.
La definizione operativa passa dai limiti, e ha il vantaggio di essere una checklist.
La regola: tre condizioni, tutte insieme
Una funzione è continua nel punto se valgono tutte e tre:
- esiste — cioè sta nel dominio;
- il limite esiste finito, e questo vuol dire che i due limiti laterali esistono e coincidono;
- i due valori sono lo stesso numero.
Basta che ne salti una perché il punto sia di discontinuità. Quale delle tre salta decide anche che tipo di discontinuità è.
Che il limite esista non basta.
Il limite descrive come la funzione si avvicina a ; è quanto la funzione vale in . Sono due domande diverse, e possono avere risposte diverse: la funzione può tendere a e in quel punto valere , oppure non essere definita affatto.
I tre tipi
Si chiamano prima, seconda e terza specie, e conviene incontrarle in quest’ordine — il nome è già la sequenza.
Di prima specie, o salto. I due limiti laterali esistono finiti ma sono diversi. Il buco non si chiude ridefinendo un punto: mancherebbe comunque tutto il tratto in mezzo. La differenza si chiama ampiezza del salto.
Di seconda specie. Almeno uno dei due limiti laterali è infinito oppure non esiste. È il caso dell’asintoto verticale — in — e anche di funzioni che oscillano senza stabilizzarsi, come vicino a zero.
Di terza specie, o eliminabile. I due limiti laterali coincidono e sono finiti, ma la funzione in vale altro — o non è definita.
In la funzione non esiste (denominatore nullo), ma il limite sì. Si chiama eliminabile perché basta ridefinire e il buco si chiude: la funzione diventa continua. È l’unica delle tre che si aggiusta cambiando un solo punto, ed è il motivo per cui viene per ultima: è la meno grave.
Per classificare una discontinuità non si guarda il grafico: si calcolano i due limiti laterali, e poi si legge la tabella.
| e | tipo |
|---|---|
| finiti e diversi | prima specie (salto) |
| almeno uno infinito o inesistente | seconda specie |
| uguali e finiti, ma | terza specie (eliminabile) |
I due limiti laterali sono l’unico strumento. Tutto il resto è disegno.
Dove si nascondono
Non serve controllare ogni punto: le discontinuità stanno solo dove qualcosa si rompe o si attacca.
- Denominatori che si annullano: candidati a seconda specie, o a eliminabile se il numeratore si annulla nello stesso punto.
- Argomenti di logaritmo: dev’essere . E se il logaritmo sta al denominatore, serve anche che non valga zero, cioè che l’argomento sia .
- Radici di indice pari: argomento , quindi il dominio si interrompe.
- I punti di raccordo di una funzione definita a tratti: lì il valore lo decide chi ha scritto la funzione, e quasi sempre è il punto dell’esercizio.
Gli estremi del dominio vanno studiati sempre, anche quando la funzione lì è continua.
È il passaggio che si salta più spesso, perché “cercare le discontinuità” fa pensare ai punti dentro il dominio. Ma appena il dominio si interrompe — un denominatore, una radice pari, un logaritmo — quel bordo è un punto da guardare: si calcola il limite dal lato da cui la funzione esiste, e quel limite dice se lì c’è un asintoto verticale, un valore finito a cui la funzione tende senza raggiungerlo, o un infinito.
Su il dominio è : in la funzione è continua da destra e non c’è nessuna discontinuità, ma resta il punto da cui il grafico comincia — e in uno studio di funzione va detto. Su il dominio è e il bordo si comporta in modo opposto: , cioè un asintoto verticale.
Regola pratica: dopo aver trovato il dominio, la lista dei punti da esaminare sono i suoi estremi più i punti interni in cui qualcosa si rompe. Gli estremi non sono un caso a parte: sono metà del lavoro.
Un esempio del secondo caso, che si sbaglia perché si ferma alla prima condizione:
Trovare i parametri che saldano una funzione a tratti
È l’esercizio tipico, e il metodo è sempre lo stesso: imporre la continuità nei punti di raccordo e risolvere.
I punti da controllare sono due, e : dentro ciascun tratto la funzione è un polinomio, e i polinomi sono continui ovunque.
In . Il valore lo dà il secondo tratto, perché è quello che include lo zero:
In .
Con e la funzione è continua su tutto . Con qualunque altro valore di , in compare un salto di ampiezza : la discontinuità non è un incidente, è il valore sbagliato del parametro.
Esercizio.
- Classifica la discontinuità di in .
- Classifica la discontinuità di in .
- Determina perché sia continua.
- La funzione è continua in ? Se no, di che tipo è la discontinuità e quanto vale il salto?
Mostra la soluzione
1. Il numeratore si annulla anche lui in , quindi si semplifica:
I due limiti laterali coincidono e sono finiti, ma non esiste: discontinuità eliminabile. Ridefinendo la funzione diventa continua.
2. Qui il numeratore non si annulla in :
Discontinuità di seconda specie, con asintoto verticale .
3. Il punto di raccordo è , e il valore lo dà il primo tratto ():
4. I due limiti laterali:
Finiti ma diversi: non è continua, la discontinuità è un salto di ampiezza . Nessun valore assegnato a può ripararla — è la differenza fra un salto e una discontinuità eliminabile.
Verifica. Il controllo che smaschera l’errore più frequente è calcolare i due limiti separatamente invece di sostituire e basta. Nel punto 4, chi sostituisce nel secondo ramo trova e conclude “continua”: ha risposto alla domanda sbagliata, perché non ha guardato da dove arriva la funzione a sinistra.